Il vero leader è un (buon) maestro


L’espressione “decidere con la testa, non col cuore” è molto utilizzata per definire la modalità con la quale i responsabili dei vari uffici e funzioni dovrebbero rapportarsi con i processi aziendali.

I risultati delle ricerche sulle neuroscienze, ormai consolidati, hanno confermato la validità di questo assunto ma col significato esattamente opposto rispetto all’originale: decidere col cervello, infatti, significa utilizzare sia la parte razionale sia la parte emotiva, e non prescindere da quest’ultima.

Se è, quindi, sempre molto importante che il capo “funzioni bene” dal punto di vista cognitivo, lo è altrettanto dal punto di vista di quella che è ormai universalmente nota come intelligenza emotiva 

Tra le funzioni principali del capo – leader c’è quella di educatore. Qualcuno potrà storcere il naso, ma è uno degli aspetti principali che distingue un capo autoritario “vecchio stile” da un leader in grado di favorire il costante cambiamento e l’innovazione.

Il vecchio “capo” era tendenzialmente spaventato dall’aumento delle competenze dei propri collaboratori, e conviveva col timore che questi volessero “fargli le scarpe”; il responsabile che voglia essere anche un leader, invece, deve puntare al costante miglioramento delle persone con cui lavora, sia dal punto di vista tecnico sia da quello relazionale e comunicativo.

 

Scegliere il giusto stile

Naturalmente, a seconda di quale compito educativo viene richiesto dal contesto come principale, il leader dovrà adeguare il proprio stile e la relazione col team. Ad esempio:

  • nel caso di collaboratori molto energici ed intraprendenti la funzione educativa principale è quella della mediazione e gestione dei conflitti: sarà opportuno adottare uno stile soft, che favorisca l’autonomia mantenendo il controllo sugli obiettivi generali e intervenendo solo in caso di “crisi”;
  • nel caso di un gruppo molto rigido, basato sulla gerarchia interna e sulla freddezza delle relazioni, la funzione educativa principale sarà quella della comunicazione e dell’espressione individuale. Sarà pertanto necessario introdurre elementi di maggior coinvolgimento emotivo, “far vivere” gli obiettivi aziendali, oltre che nella dimensione quantitativa, anche come realizzazione di uno scopo superiore;
  • Nel caso di team composti da persone demotivate o apatiche, occorrerà che il leader investa nella funzione educativa dell’efficienza e dell’efficacia produttiva. Serve, infatti, un capo che sappia valorizzare molto bene gli obiettivi aziendali e fornisca sia procedure chiare ed affidabili, sia forti competenze di problem solving .

Le caratteristiche del leader

Alla luce di queste considerazioni, è impossibile essere un vero leader, e quindi svolgere questa funzione educativa flessibile, se non si è in grado di:

  • Riconoscere il proprio stile di leadership preponderante;
  • Ridurre i gap che impediscono, all’occorrenza, di svolgere le funzioni educative per le quali ci si sente meno “tagliati”;
  • Riconoscere le caratteristiche e i profili dei propri collaboratori a livello individuale;
  • Riconoscere che il team ha una propria personalità che nasce dalla personalità dei singoli;
  • Adeguare il proprio stile di leadership in modo da influenzare, in maniera non coercitiva, l’evoluzione del gruppo verso una mentalità aperta al cambiamento e all’innovazione.

Il leader in ognuno di noi

Ognuno di noi, anche se non è capo di qualcuno, ha un proprio stile di leadership “naturale”: si manifesta ogniqualvolta abbiamo un obiettivo da raggiungere con la collaborazione di altre persone, sia che si tratti della delivery ad un cliente, sia di organizzare le feste di compleanno dei figli. In linea generale non esiste uno stile più efficace di un altro, ma soprattutto non esiste uno stile che “stia bene con tutto”.

Il riconoscimento del proprio compito educativo comporta, per il leader, la necessità di adeguare le modalità di esercizio del proprio ruolo al fine di raggiungere l’obiettivo principale che l’organizzazione gli richiede: risolvere i conflitti prima che salgano di livello.

L’allenamento di questa competenza relazionale prevede innanzitutto l’incremento dell’autoconsapevolezza, e poi della capacità di interpretare gli stati emotivi e gli atteggiamenti di chi lo circonda.

 

Irene Facci
04 aprile 2018

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