La felicità non è un tapis roulant


Alla ricerca della felicità, pare che nelle aziende danesi l’ultimo trend sia offrire frutta fresca gratis ai dipendenti.

In Italia capita spesso di avere acqua, caffè o snack; a volte si tratta di un biliardino in sala relax o, per le aziende più “evolute”, di massaggi e palestre attrezzate.

Di per sé non c’è ovviamente nulla di male, ma questo approccio ha sempre fatto storcere il naso a molti manager e imprenditori: sarà davvero questa la ricetta per avere dipendenti più felici e – come si dice con un orribile inglesismo – “ingaggiati”? E se questa è la ricetta, perché non funziona?

 

Una valigia piena di…

Il 17 e 18 maggio a Copenhagen si è tenuta la nona Conferenza Internazionale sulla Felicità al lavoro, organizzata da una società di consulenza il cui nome è una garanzia: Woohoo Inc. . Ho partecipato, insieme a una parte del team di ADF Business, per ascoltare e conoscere dal vivo imprenditori, manager e studiosi impegnati a vario titolo sul fronte che ci appassiona e che costituisce la nostra vision aziendale: come rendere felici le persone in azienda.

Dire che abbiamo riportato a casa molte suggestioni sarebbe decisamente riduttivo, ed avremo modo di parlarne ancora a lungo nelle prossime settimane. Sul piano soggettivo, mi sono sentita sollevata nel rendermi conto che “in giro per il mondo”, quindi non solo nei soliti USA ma anche in Gran Bretagna, Spagna, perfino Serbia!, si inizia a parlare sempre più diffusamente del rapporto tra felicità e lavoro. Stiamo, forse, uscendo, dalla “carboneria”, per rifarmi a quanto diceva con tono ironico e disincantato Massimo Folador quando l’abbiamo intervistato, pochi giorni prima di partire.

Qui a Copenhagen ho trovato anche la risposta alla domanda che ho posto all’inizio.

 

Soddisfatti o felici?

Il grande equivoco che associa il mondo del C&B e del Welfare aziendale con la parola felicità nasce dal considerare quest’ultima come un sinonimo di soddisfazione. I due concetti sono strettamente correlati ma non identici.

Il livello di soddisfazione relativo al proprio lavoro è la risposta alla domanda “Cosa pensi del tuo lavoro?”, e deriva dalla valutazione dei pro e contro della situazione lavorativa: riguarda ad esempio la distanza tra casa e sede dell’azienda, la retribuzione, il caffè gratis e il biliardino. Si tratta di un processo razionale: come dice Alexander Kjerulf nel suo Leading with happiness

“la soddisfazione è quanto sei felice nel momento in cui pensi a quanto sei felice; le tue emozioni definiscono quanto sei felice mentre vivi, il che – si spera – occupa la maggior parte del tuo tempo”

Il livello di felicità è il risultato della domanda “Come ti senti rispetto al tuo lavoro?” e riguarda il lato emotivo. Tutte le ricerche concordano sul fatto che il susseguirsi degli stati emotivi nel tempo ha effetti sul livello di produttività; c’è invece una bassa correlazione tra il livello di produttività e quello di soddisfazione lavorativa.

In definitiva, sembra che chi è felice del proprio lavoro lo sia per ragioni che poco o nulla hanno a che fare con i tradizionali strumenti utilizzati dalle Risorse Umane. Forse è il caso di partire, piuttosto, dalle 10 chiavi della felicità definite da Action for Happiness, e declinarle in chiave aziendale.

Noi siamo pronti, e voi?

Irene Facci

21 maggio 2018

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