Donne e responsabilità sociale


Il 19 aprile sono intervenuta ad un evento organizzato dal settimanale Donna Moderna per il Fuorisalone 2018. Il tema era “Imparare a organizzare e gestire il proprio tempo” e il pubblico era, ovviamente, composto in prevalenza da donne.

Mentre preparavo l’intervento ero entrata in “modalità mentale coach”, e cercavo il modo di comunicare alle signore che sarebbero state ad ascoltarmi l’importanza di alcuni strumenti per raggiungere i loro obiettivi di relativi alla gestione del tempo. Come capita a volte quando si deve scrivere la scaletta per un intervento, non riuscivo tuttavia a trovare la chiave convincente per affrontare il tema.

L’illuminazione non è arrivata mentre fissavo il foglio bianco della mia presentazione PowerPoint, ma mentre facevo una passeggiata.

Avevo terminato da poco di leggere “Storie di ordinaria economia” di Massimo Folador, in cui si trova una bella definizione della responsabilità sociale d’impresa:

“la capacità dell’azienda di farsi carico delle relazioni sociali che si instaurano con i collaboratori, i clienti, i fornitori, la comunità locale, l’ambiente, con l’obiettivo di ottimizzare questo equilibrio in un’ottica di maggior efficienza delle singole parti e del sistema nel suo insieme, ed è sempre finalizzata a produrre un valore economico equo e sostenibile”.

Basta sostituire la parola “donna” alla parola “azienda”, aggiungere genitori, compagni e figli alla lista degli stakeholders e dare un senso più ampio al termine economico… et voilà la responsabilità sociale delle donne!

 

Gli uomini e le donne sono uguali

Qualcuno storcerà il naso, perché in linea teorica non c’è motivo di pensare che la stessa definizione non possa riguardare il genere maschile. Resta il fatto che, quando si parla di obiettivi durante una sessione di coaching, la reazione tipica tra uomini e donne è spesso molto diversa.

Gli uomini cercano immediatamente soluzioni su come raggiungerli, le donne hanno prima bisogno di passare in rassegna tutte le possibili conseguenze del loro comportamento sulla cura – in senso lato – delle persone che hanno intorno.

Si parla della famiglia, certo, ma anche dei colleghi, del capo, delle varie reti di amicizia e vicinanza.

Solo una volta che viene chiarita la neutralità delle loro azioni rispetto al benessere delle persone con cui hanno qualche relazione significativa, le donne si concedono di pensare ai propri obiettivi.

Cosa c’entra col time management, che era l’oggetto del mio intervento? C’entra moltissimo, perché dire ad una persona di dedicarsi solo alle cose che ama fare – i cosiddetti obiettivi intrinseci – trova un limite in questo background limitante, e non può non tenerne conto.

E c’entra molto anche quando si parla di empowerment femminile. Solo riconoscendo e accogliendo nella sua interezza il ruolo sociale in cui le donne si collocano sarà possibile offrire, in azienda, percorsi di formazione e di coaching veramente efficaci, anziché proporre soluzioni che funzionano solo sulla carta.

 

Irene Facci

3 maggio 2018

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