Tre libri per dire “felicità”


Chiunque scriva un libro, che sia un romanzo o un manuale di zootecnia, ha molta voglia di parlarne. Non si tratta solo della soddisfazione o dell’immaginarsi su un palco – peraltro spesso metaforico: si vorrebbe condividere tutto ciò che sta dietro alle cento o duecento pagine che compongono la stesura finale. Spesso, ciò che sta dietro è anche ciò che sta dentro, ad un livello più profondo di quello delle parole scritte nero su bianco.

 

Perché “Changes”

Quando noi di Accademia Business abbiamo pensato di organizzare un ciclo di presentazioni di libri dal titolo “Changes – il futuro della felicità in azienda”, avevamo due obiettivi molto chiari. Il primo era quello di far comprendere alle persone che frequentano i nostri workshop e percorsi che, come la libertà che cantava Giorgio Gaber, anche la felicità “non è star sopra un albero”. L’introspezione e le azioni di miglioramento personale, anche e soprattutto se si parla di lavoro, non dovrebbero mai ridursi al guardare il proprio ombelico. Nel nostro piccolo abbiamo voluto trasmettere questo messaggio.

Il secondo tema importante riguarda una delle dieci chiavi della felicità codificate da Action for Happiness, che peraltro è presente in tutti i modelli della Psicologia Positiva a partire dal P.E.R.M.A. di Martin Seligman: il significato.

Intervistando i tre autori che ci hanno accompagnato in questo viaggio, volevamo capire come scrittori diversi per età, formazione e cultura avessero saputo raccontare storie di persone e di aziende in grado di trasmettere, con l’esempio prima che con le belle parole, questo concetto così sfuggente.

 

La vita è adesso

Una piccola digressione.

Sono rimasta spiazzata dall’intervento di Emiliana Simon-Thomas alla International Conference on Happiness at work di Copenhagen: uno dei suoi slogan per ottenere questa agognata felicità era forget work-life balance. Ma come? Proprio ora che in Italia stiamo iniziando a parlarne seriamente?

In realtà questa studiosa intendeva dire che non dobbiamo cercare un bilanciamento tra il tempo trascorso in modalità “lavoro” e quello in modalità “vita privata”, bensì portare tutti noi stessi nel lavoro, trovando il modo di arricchirlo di… indovinate?

Significato.

 

Dove Galileo incontra l’industria 4.0

Non avrebbe senso cercare di riportare tutto ciò che Edoardo Segantini, Massimo Folador e Luciano Canova ci hanno raccontato durante i nostri incontri: hanno presentato testi talmente diversi tra loro che è sorprendente riuscire a cogliere un elemento comune in una parola che, guarda caso, non è quasi mai presente nelle famose cento o duecento pagine di cui parlavo all’inizio. Questa parola è felicità, e non viene mai utilizzata perché quando si parla di lavoro la parola significato è intuitivamente considerata un sinonimo.

Segantini racconta il mondo della fabbrica vista dal punto di vista di chi ci lavora: non più il Gianmaria Volonté di “La classe operaia va in paradiso”, ma persone che nel lavoro trovano la soddisfazione dei bisogni più alti della scala di Maslow, inclusa l’autorealizzazione.

Folador pone l’accento sul capitale relazionale e fiduciario dell’impresa, e sull’etica che pervade anche il modo di intendere il lavoro proprio e quello altrui. Canova, infine, ci riporta a terra raccontando la storia umana, troppo umana di un uomo come Galileo Galilei, a lungo non compreso nella sua scelta di abiurare e rinunciare formalmente alla teoria eliocentrica, ma in realtà dominato proprio da un’intensa consapevolezza del valore del proprio lavoro.

Chi ha partecipato alle serate ha portato a casa molte suggestioni. Per quello che mi riguarda, se mai avevo bisogno di rafforzare le mie convinzioni, credo sempre di più che il momento sia maturo per parlare di felicità con i collaboratori, coi manager, con gli imprenditori, con chiunque voglia chiedersi per un attimo qual è il senso del proprio lavoro.

 

Irene Facci

31 maggio 2018

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