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Chiedimi se sono felice

Nel momento in cui scrivo sono reduce dalla Settimana della Felicità, che per noi di Accademia è stata anche la settimana della stanchezza. Stanchezza esclusivamente fisica, legata alle due giornate intense di sabato 16 e domenica 17 marzo, in cui abbiamo ospitato gli Happy Talks e parlato delle dieci chiavi per una vita più felice.

In quei due giorni, in realtà, io ho soprattutto ascoltato e trovato nuove idee e ispirazioni: la stanchezza fisica è stata più che compensata da un incremento dell’energia mentale. La giornata, anzi, la serata più impegnativa è stata quella del 20 marzo, in cui ho condotto un talk show con due amici di Accademia a cui teniamo molto, per parlare di economia della felicità (e di molto altro, in realtà, ma questo era il tema “ufficiale”).

Gianluigi Rando  è un business coach, un imprenditore, una persona al quale – per sua stessa ammissione – tutti chiedono “ma come fai ad essere sempre così felice?”.

Luciano Canova è un docente di università e master e un divulgatore scientifico, una sorta di Alberto Angela in divenire. Parla di temi abbastanza ostici (di “numeri”) e la gente lo sta ad ascoltare a bocca aperta.

Parole, parole, parole

Come ormai noto, Accademia ha due brand: Accademia della Felicità per la crescita personale, e Accademia Business per la formazione e il coaching aziendale. Abbiamo, tuttavia, un “cappello” comune, legato proprio alla parola Felicità. Per me è scontato dire che le persone in azienda debbano essere più felici, anche se tutte le volte mi ritrovo a spiegare che essere felici non significa pattinare per i corridoi dell’ufficio o andare in giro a lanciare coriandoli. Eppure, questa parola suscita ancora una certa perplessità anche tra gli addetti ai lavori.

Solo pochi giorni prima, durante un evento legato al mondo HR, una persona mi aveva detto “Io non credo alla felicità in azienda, credo all’equilibrio.”.

Gianluigi Rando il 20 marzo ha detto più o meno che non crede alla felicità in azienda, crede piuttosto nel benessere.

Luciano Canova, annunciando l’uscita del suo nuovo libro “Il metro della felicità” scrive sui social: “Vi svelo un piccolo segreto: non avrei voluto la parola felicità nel titolo. Non l’avrei voluta perché di felicità si parla troppo e con troppa superficialità.”

La felicità sulla bilancia

Conoscendo le persone citate, so che in realtà si occupano tanto e bene di felicità! Ora, potrei partire con l’ennesima perorazione della parola, e dire che non va intesa come condizione puntuale (“ho vinto la lotteria!”) ma come un rapporto tra emozioni positive e negative, nel tempo, che tendenzialmente faccia pendere la bilancia verso quelle positive.

Tuttavia Canova, secondo me, coglie perfettamente nel segno con la frase successiva: “Non l’avrei voluta perché non serve: di felicità abbiamo un’idea tutti soprattutto quando non sentiamo il bisogno di menzionarla.“

Quindi, che la chiamiamo equilibrio, benessere, felicità… se ce l’abbiamo lo sappiamo benissimo.

La vera differenza tra questi termini, ed altri che potrebbero venirvi in mente, sta nel fatto che la felicità è qualcosa di esclusivamente emotivo, priva di quell’elemento di riflessione sul proprio stato che mi fa dire “Sì, sono soddisfatto del mio lavoro.”. Se qualcuno vi chiedesse “sei felice del tuo lavoro?”, la risposta non uscirebbe dalle vostre labbra, la sentireste direttamente nella pancia. Poi, certo, la posizione e la retribuzione e il nido aziendale e lo smartworking … ma la pancia cosa dice?

Ecco perché credo fortemente in un progetto che si chiama proprio “Chiedimi se sono felice”, di cui trovate qui la descrizione. L’obiettivo è aiutare le persone in azienda nel cercare il significato del proprio lavoro, e nel trovare il modo di riportare quella bilancia verso il positivo. Sui benefici per l’azienda in termini di produttività, innovazione, competitività, potrei scrivere un altro post.

Anzi, credo che lo farò.

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