Felicità in azienda

“If you want to make more money you have to focus less on the money and more on the people”

Se vuoi fare più soldi, devi focalizzarti meno sui soldi e più sulle persone.

Questa frase me la sono appuntata a maggio, a Copenhagen, dove ho seguito con una certa curiosità una delegazione di Accademia Business, attorno alla quale gravito con piacere.

“Andiamo ad una conferenza di due giorni sulla felicità sul lavoro, vieni con noi?”. Naturalmente ho detto sì, e dopo aver lasciato decantare qualche mese l’esperienza, ve ne parlo adesso che l’autunno ci lancia nella sempre maggiore consapevolezza di questa ineluttabile routine da ufficio, arretrati e chiusure, pianificazioni e obiettivi, agende, colleghi, scadenze. Nulla di buono, detta così.

Eppure è proprio ora che vorrei condividere alcuni concetti chiave che non pretendo vi cambino l’esistenza – io sono scettica per natura e vi assicuro che sono tornata a casa con un bel bagaglio di riflessioni – ma che credo almeno vi possano invitare a pensare alla felicità che ci passa tra le dita.

Proviamo a chiudere la mano e a trattenerla.

Woohoo Inc. è un’azienda danese che fa formazione manageriale attorno al concetto di felicità sui luoghi di lavoro. Da circa 15 anni lavorano in 48 paesi nel mondo con l’obiettivo di avere “a world where happiness at work is the rule and not the exception”. Sono loro gli ideatori di questa conferenza a cui ho partecipato, godendo di molti piccoli ma piacevoli momenti oltre agli interventi in programma.

La felicità non era solo oggetto di discussione ma anche esperienza reale di accoglienza tra completi sconosciuti internazionali. Le due giornate hanno avuto inizio da un semplice schema, fatto da tre insiemi intersecati:

Il tempo e il suo investimento, il godimento nel fare e la capacità sul lavoro sono tre ingredienti della stessa ricetta per puntare alla felicità sul lavoro, che qui diventa forza individuale, la stessa forza verso la quale il buon leader deve saper guidare i propri collaboratori.

Come lo passiamo oggi il tempo? Le statistiche dicono che il maggior numero di ore va in sonno, seguite dal lavoro. Al terzo posto c’è la televisione. Immaginiamo un’infermiera turnista con due figli: se non mettesse passione, se non provasse felicità in ciò che fa, come tornerebbe a casa dai figli? Quale tempo, in termini qualitativi, darebbe loro? Un lavoro di cui ci importi davvero ci aiuta anche ad affrontare gli aspetti della vita che non possiamo prevedere, a sentirci più forti nella gestione della famiglia e di ciò che lavoro non è. Un ambiente di lavoro sereno in cui le persone si definiscano felici aumenta la produttività, aumenta i risultati, migliora in generale la qualità della società.

Tutto ciò appare scontato, se estrapolato da contesti di studio concreto. Tuttavia seguendo il flusso degli interventi, che hanno connesso alla felicità filosofia, scienze umane ed esempi tangibili di un tema così volatile e soggettivo, Alexander Kjerulf, fondatore e chief happiness Officer di Woohoo Inc, ha condensato le varie teorie nei dieci punti della strategia della felicità, intesa come obiettivo aziendale ma anche come strategia. Perché, come dice lui, “la felicità al lavoro è qualcosa che si fa”. Un elenco di consigli preziosi per chi è leader di un team (o di se stesso), un decalogo utile anche per chiunque voglia osservarsi in un contesto professionale pesando dinamiche e relazioni umane.

  1. La buona leadership deve essere coerente con se stessa, letteralmente “must walk the talk”. Prima deve onorare i dipendenti, quindi i clienti infine gli azionisti.
  2. Avere una visione dell’azienda – che vada anche oltre l’azienda – positiva, che si ponga come fine ultimo la felicità.
  3. Concentrarsi sulla felicità non sulla soddisfazione: non cosa pensi del tuo lavoro ma cosa ti fa provare?
  4. Nominare un CHO (chief happiness officer): qualcuno che porta idee, fare piani, esegue follow-up, celebra le vittorie.
  5. Avere un piano che includa sorprese: un buon piano prevede qualcosa per tutti, ha molte piccole e qualche grande iniziativa ed è a lungo termine (6 – 12 mesi).
  6. Assumere anche considerando la felicità personale, non solo le abilità.
  7. Il felice inserimento dei neo assunti è fatto di un 50% di abilità e un 50% di cultura.
  8. Promuovere e formare manager per la felicità.
  9. Saper regolare gli incentivi.
  10. Condividere le storie buone e il valore di ciò che abbiamo.

L’altra importante suggestione che mi sono portata a casa da Copenhagen riguarda la compassione. Apparteniamo alla più grande specie vivente, eppure quando nasciamo siamo quella che per più tempo vive senza la sufficiente autonomia per sopravvivere. Abbiamo bisogno di qualcuno che si occupi di noi e ci insegni molte cose fondamentali della vita, e per questo la compassione, provata e suscitata, è la prima e più antica strategia di sopravvivenza, insieme all’istinto del “prendersi cura”. Riconoscere negli altri la sofferenza – o assenza di felicità – richiede coraggio, forza e saggezza. Combattiamo con la necessità di bilanciare la parte di noi che ci fa concentrare sempre più spesso su noi stessi e sul miglioramento delle nostre performance con la parte che invece è deputata alle relazioni, alla richiesta di aiuto, alla sopravvivenza come individui sociali, al nostro “stare con gli altri”.

Copenaghen ci ha detto “stop, calm down, be present and re-connect the large human brain” e io lo dico a me e a voi che leggete. Chiediamoci, di un luogo e di un lavoro, quale parte accende del nostro cervello, cosa attiva in noi: diamo alla nostra mente – e a quella dei nostri collaboratori – le migliori condizioni per lavorare.

Chiudo ricordando il testimonial che ha raccolto più applausi, durante la Conferenza mondiale sulla felicità al lavoro. Avete presente il WD-40, l’idrorepellente lubrificante che ci risolve parecchi problemi? E’ la dimostrazione che dietro ad un grande prodotto c’è una grande azienda guidata da un grande uomo. Si chiama Garry Ridge, CEO ma anche autore, mentore, coach. Tra gli ospiti della due giorni danese ha lasciato un segno profondo: “Noi non commettiamo errori, viviamo momenti che ci insegnano qualcosa”. Proviamo ad imparare ascoltandoci: ciò che facciamo e come lo viviamo ci dice senza dubbio come siamo.

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