Formazione a (quasi) costo zero

Qualche settimana fa abbiamo chiesto a Davor Crespi, fondatore ed amministratore di Theorema s.r.l. con sede a Legnano, di sviluppare con noi una collaborazione per offrire alle aziende che ci scelgono un supporto valido nel processo di richiesta di finanziamento ai Fondi Interprofessionali e una consulenza sull’accesso ai vari strumenti fiscali previsti dalla normativa.

Davor è un grande specialista del ramo – un “tecnico” potremmo definirlo nel senso più alto del termine – ma con una passione per le persone e per la formazione.

Più che un’intervista questa è stata una chiacchierata, dalla quale sono emersi tantissimi spunti utili sia per noi di ADF Business sia per i lettori del nostro blog che, all’interno delle imprese, devono gestire il “bilancio” delle attività formative.

Davor, alla luce della tua lunga esperienza come esperto di formazione, pensi che le aziende siano generalmente in grado di fare una valutazione esatta dei costi e dei benefici della formazione?

Al di là delle grandi imprese che hanno fatto nel tempo delle valutazioni su questi temi, la piccola e media impresa italiana ha ancora spesso una struttura padronale e una scarsa consapevolezza del fatto che lo sviluppo delle persone influisce sullo sviluppo delle aziende.

La formazione è intesa come formazione obbligatoria, si investe poco sugli skill non tecnici e soprattutto raramente viene analizzato il ritorno dell’investimento. Per essere onesti, ciò dipende anche da chi eroga la formazione, che spesso si limita a fare il suo “compitino” senza preoccuparsi di cosa accadrà dopo.
Occorrerebbe che tutti, imprenditori e formatori, avessero chiaro che quando si parla di soft skill ha poco senso limitarsi all’erogazione “one shot” ma occorre progettare dei percorsi con adeguati KPI di monitoraggio. Per farti capire la situazione, nel 2013 mi venne richiesto di intervenire ad Expo Training per parlare del risultato dei Fondi, quindi dei benefici effettivi per le aziende. L’intervento doveva durare quindici minuti, io esordii invitando tutti ad andare a bere un caffè perché non c’era nulla da dire: nessuno si era mai domandato davvero a cosa servisse la formazione.

Oggi c’è, comunque, una maggiore attenzione su alcuni temi. Ad esempio, le imprese stanno iniziando a lavorare sulle proprie persone anche al di fuori dell’ambito lavorativo, sui temi del diversity e della violenza di genere. Anche le PMI sono sempre più consapevoli del fatto che l’attenzione alla responsabilità sociale dell’impresa si traduce in un aumento di benessere organizzativo.

 

È quasi banale dire che viviamo un periodo di grandissimo e continuo cambiamento. Come possono le PMI fornire formazione senza sobbarcarsi costi eccessivi?

La singola impresa in genere non può. È opportuno, per non dire indispensabile, che si creino delle reti di imprese per negoziare con i Fondi Interprofessionali uno sviluppo dell’offerta formativa che risponda alle esigenze comuni.

Questo ruolo potrebbe essere svolto dalle associazioni di categoria, ma di fatto per quanto attiene alla formazione non c’è molta attenzione.

La Regione Lombardia negli ultimi 5-10 anni ha erogato dei finanziamenti per la creazione di queste reti di imprese, ma purtroppo ha funzionato (e nemmeno tanto!), in molti casi, solo in senso business, per incrementare le vendite.

L’accesso alla formazione finanziata si scontra, quindi, col fatto che i Fondi stessi non aprono bandi su temi che non siano strettamente obbligatori o tecnici. Fondimpresa, a cui sono iscritte circa l’80% delle aziende, ha una netta prevalenza di aderenti sotto i 10 dipendenti i quali hanno accesso quasi unicamente alla formazione sulla sicurezza.

Altri fondi hanno cercato di promuovere la creazione di reti mettendo insieme le ipotetiche richieste delle singole aziende e cercando poi un ente erogatore: hanno cercato di rispondere ad un’esigenza ma sarebbe più corretto che fossero le imprese a definire il proprio fabbisogno formativo e a metterlo in comune.

Tuttavia, dato che le imprese sono restie ad assumersi questa responsabilità, secondo te quali sono le figure che potrebbero promuovere la creazione delle reti di aziende?

Sicuramente gli operatori che si occupano di formazione. Oltre ad erogare i contenuti, hanno anche il compito di creare una cultura favorevole alla loro diffusione.

Ti faccio una domanda un po’ più “tecnica” che probabilmente interessa i nostri lettori. Come può un’azienda  scegliere il Fondo migliore per sé?

I Fondi sono enti di natura privata che gestiscono denaro pubblico. In base alla normativa possono farsi concorrenza ma di fatto, dato che nascono dal comune intento delle parti datoriali e sindacali, sono in genere fondi di settore. Nulla impedisce ad un’azienda metalmeccanica di iscriversi a FBA (Fondo Banche Assicurazioni) ma il paradosso è che la categoria presente in azienda non è la stessa presente nel fondo, e questo può generare dubbi nel processo autorizzativo.

Il mio suggerimento alle aziende, comunque, è di guardare che tipo di offerta presentano i vari Fondi e di iscriversi a quello che meglio risponde alle esigenze del momento. Iscrizione e cancellazione sono gratuite, pertanto dopo qualche anno è opportuno analizzare i risultati ed eventualmente rivedere la scelta.

I Fondi utilizzano completamente le risorse a loro disposizione?

No, in genere vi sono delle rimanenze che comportano la proroga dei bandi anche per 2-3 anni. I Fondi sono tenuti a spendere tutto ciò che hanno accumulato: se ciò non si verifica ripetutamente può anche essere sciolto il CDA del fondo.

Al di là di quanto ti ho già raccontato, le risorse non vengono utilizzate anche per due altri motivi: le procedure sono molto complesse e la qualità della formazione è generalmente bassa, perché i rimborsi ai formatori sono lontani dalla media del mercato: un coach, lavorando privatamente, guadagna almeno il doppio rispetto a quanto gli offrono i Fondi Interprofessionali.

Il modello che funziona meglio è quello francese: ogni dipendente ha una sua dote, che può spendere in corsi e attività formative semplicemente iscrivendosi… ma al momento in Italia non se ne parla.

Anche se non si tratta di una fonte di finanziamento in senso stretto, vogliamo spendere qualche parola sul credito d’imposta al 50% per spese di ricerca e innovazione, introdotto dalla legge di stabilità del 2015?

La non-conoscenza dello strumento è trasversale, non si deve pensare che riguardi solo le PMI. Purtroppo molti commercialisti, che dovrebbero trasmettere questa conoscenza, non lo fanno o lo fanno poco perché temono contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate: è più facile parlare di superammortamenti, di acquisto di macchinari.

Oggi se ne parla comunque di più, almeno limitatamente alla parte tecnica. Quello che sfugge a molte aziende è che anche una formazione consulenziale, ad esempio su alcune soft skill, va visto non come fine a se stesso ma inserito in un progetto di sviluppo organizzativo. Ad esempio, se ho problemi di processo perché il capo non dà feedback corretti ai suoi collaboratori, devo ricorrere ad un consulente che mi aiuti a riorganizzare questa parte del lavoro. La spesa sostenuta può generare un credito d’imposta ai sensi della normativa che hai citato.

Dato che ti intervisto per conto di Accademia della Felicità, e che in questi ultimi mesi si parla tanto di felicità in azienda e del ruolo del “chief happiness officer”, vorrei concludere questa intervista ringraziandoti e chiedendoti se le PMI stanno facendo qualche riflessione sul tema della felicità in azienda.

Come purtroppo capita spesso, abbiamo pensato che fosse possibile importare idee dall’estero e innestarle sul nostro modello culturale senza mediazioni. Il modo anglosassone è molto diverso e la lingua stessa consente una modalità più diretta per parlare di certi temi. Per avvicinare le imprese e coinvolgerle sul tema dello sviluppo delle persone è utile coniugare il concetto di “Happiness” con elementi a noi vicini: grandi filosofi, monaci, pensatori. Citerei Seneca e per la visione utopica, Tommaso Campanella. In questo modo i concetti di benessere e felicità non sono percepiti come “alieni”, ma poggiano nella nostra stessa cultura.

Davor Crespi non lo sapeva ancora, ma anche noi di Accademia siamo giunti alle stesse conclusioni: ne parleremo il 14 maggio con Massimo Folador, autore di “Storie di ordinaria economia” che descrive proprio la Regola Benedettina come forma di organizzazione perfetta. Seguiteci sul sito per ulteriori aggiornamenti!

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