Ma ‘ndo vai (se la vision non ce l’hai)

Come ho detto in un altro post, Accademia Business nasce come branch di Accademia della Felicità (ADF) per proporre alle aziende contenuti di valore, secondo un metodo sviluppato a partire dal 2011 dalla socia fondatrice e coach Francesca Zampone e contaminatosi via via con le idee più innovative in tema di scienza, psicologia e cultura.

Questa definizione racconta sia cos’è ADFBusiness, sia come lavora. Nulla dice, invece, del motivo per cui ad un certo punto abbiamo scelto di avventurarci fuori dalla comfort zone del coaching one-to-one, dei workshop tematici e dei richiestissimi master.

La gente non acquista ciò che fai, acquista il perché lo fai. E ciò che fai dimostra semplicemente ciò in cui credi.” , dice l’antropologo inglese Simon Sinek.

Uno degli esercizi più importanti che il coach assegna al suo coachee è quello di scrivere la propria vision. Si tratta esattamente di questo: al di là di quelle che potranno essere le deviazioni dalla “retta via” dettate da esigenze di business, da affari personali o da altre questioni più o meno contingenti, qual è il faro che gli permetterà di non perdersi nella nebbia di troppe distrazioni? Solo la certezza di conoscere l’obiettivo ultimo, la ragione per la quale vale la pena spendere energie.

Obiettivi (poco) chiari

Dal 2011 ADF accoglie nel suo salotto (non ci siete mai stati? Siamo qui!) persone che nella maggior parte dei casi hanno vite normali, spesso soddisfacenti, a volte invidiabili. Spesso sono donne e uomini che hanno vissuto esperienze di sofferenza personale, anche intensa, ma hanno deciso di non soccombere alle difficoltà. In alcuni casi sono andati oltre alla pura resilienza, realizzando quella che in termine tecnico viene chiamata post-traumatic growth

Dal 2011 ADF ha accolto, insieme alle persone, le loro storie.

Prima di iniziare un qualunque percorso, il coach ha la necessità – e anche il dovere morale – di ascoltare la storia della vita del suo coachee. Al di là dell’obiettivo dichiarato, che può essere apparentemente piccolo (aprire un blog, risparmiare i soldi per una vacanza o perdere 5 kg), occorre inquadrare il contesto familiare, affettivo e professionale in cui la persona si colloca e comprendere se quel “piccolo” obiettivo non ne nasconda altri, più consistenti.

Riprendendo i tre esempi fatti sopra, potrebbe trattarsi di dare forma alla propria creatività, comprendere il valore del denaro, imparare ad amarsi.

Uno degli obiettivi dichiarati più frequenti per chi si occupa di coaching è questo:

ho bisogno di un coach perché non mi piace il mio lavoro

e infatti noi di ADF proponiamo un percorso ad hoc chiamato Job Clinic per chi ha la sindrome del lunedì mattina. Dopo aver ascoltato la storia della persona che abbiamo davanti ed aver escluso che vi siano questioni più generali – ad esempio problemi relazionali o frustrazioni legate alla mancata espressione di un talento – al coachee vengono proposti strumenti tecnici e spunti di riflessione che gli permettono di relazionarsi in modo più proficuo con il mercato del lavoro.

Nella maggior parte dei casi, infatti, “non mi piace il mio lavoro” non significa “ho sbagliato tutto nella vita, dovevo fare l’astronauta”, bensì – in ordine sparso: lavoro troppo, lavoro in modo disorganizzato, il mio capo non mi dà fiducia, i miei colleghi sono insopportabili. Tutte situazioni che quando arrivano sul nostro tavolo sono già incancrenite, tanto che il coachee non prende quasi mai in seria considerazione la possibilità di parlarne col suo responsabile o con l’HR dell’azienda.

In sostanza, una buona fetta del business di ADF è data dall’aiutare le persone a trovare un nuovo lavoro, tramite la metodologia del coaching.

La strada giusta

Funziona? Per noi sì. Idealmente, se le persone volessero cambiare lavoro dieci volte nella vita a noi farebbe comodo.

E alle aziende?

Io credo di no: l’avvicendamento di persone nei ruoli aziendali, oltre una certa soglia fisiologica, è una delle maggiori fonti di inefficienza (per l’azienda) e di stress (per i dipendenti).

Non si tratta di rivendicare un approccio anacronistico in cui il ragioniere, l’operaio o la segretaria passavano la loro vita sempre nella stessa azienda, salendo lentamente sulla scala gerarchica solo in virtù della propria anzianità; si tratta di fornire alle aziende i mezzi per comprendere le esigenze dei propri dipendenti, spesso mascherate dietro la richiesta di aumenti salariali o benefit.

Ecco, quindi, che mi ricollego a quanto ho scritto sopra: qual è il motivo che spinge ADF verso il mondo complesso delle aziende? Qual è la vision di ADFBusiness?

Ci perdonerà Walt Disney se gli rubiamo in parte l’idea, ma la nostra vision è questa:

Rendere felici le persone in azienda

E pazienza se così facendo nessuno vorrà più acquistare il nostro percorso di Job Clinic: vorrà dire che cambieremo lavoro.

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