Resilienza

Le due dimensioni della resilienza

Pochi giorni fa è stato diffuso il risultato di una significativa ricerca effettuata da The Wellbeing Lab in collaborazione con l’Australian HR Institute. L’oggetto della survey è lo stato di benessere lavorativo dei dipendenti delle aziende australiane: ha coinvolto oltre 1000 lavoratori durante il mese di settembre 2018. A fianco di alcuni risultati che confermano gli studi precedenti, ne ha prodotti altri inattesi e piuttosto sorprendenti.

Il punto di partenza della ricerca è un’autovalutazione da parte del lavoratore, che può scegliere di collocarsi in una di queste categorie:

  •  Mi sento molto in difficoltà (really struggling, 8%)
  •  Mi sento “alla grande” (consistently thriving, 19%)
  •  Faccio quello che devo (just functioning, 73%)

Le aziende in genere cercano di portare la fascia di dipendenti che “fa quel che deve” verso il livello più alto, in modo che possa sentirsi “alla grande”; e le persone “molto in difficoltà” ad uno stadio minimo di decente operatività. Questo è l’effetto desiderato delle convention, degli speech motivazionali, e in parte delle attività di coaching e formazione.

Lo studio australiano scompone, poi, la fascia dei just functioning in due sottocategorie:

  •  Sto bene nonostante le difficoltà (living well, despite struggles, 37%)
  •  Non sto male, ma tiro a campare (not feeling bad, but just getting by, 36%)

Ed è qui che la ricerca si fa davvero interessante, dal mio punto di vista, perché chiama in causa il legame tra resilienza e benessere lavorativo.

In altre parole, non si deve immaginare il benessere lavorativo come una linea retta (immagine 1).

Immagine 1

 

Il lavoratore si colloca nello spazio definito da due assi (Immagine 2), e non necessariamente percepirsi come “in lotta”, o in difficoltà implica stare male sul posto di lavoro.

Immagine 2

Questi sono i tipici lavoratori “resilienti”, e in base alla ricerca australiana sono ben il 37% della popolazione!

Cos’hanno in comune con coloro che non si sentono affatto in difficoltà e per questo – verrebbe da dire – si sentono “alla grande”? La ricerca utilizza il modello PERMAH, ossia studia il benessere secondo 6 dimensioni:

  • Emozioni positive (positive emotions)
  • Coinvolgimento (engagement)
  • Relazioni (relationship)
  • Significato (meaning)
  • Risultati (achievement)
  • Salute (health)

Stando ai risultati dello studio, sembra che i lavoratori resilienti abbiano in comune con quelli che si sentono “alla grande” il livello di alcuni di questi parametri. In particolare hanno buone relazioni interpersonali, una consapevolezza del significato del proprio lavoro e la possibilità di raggiungere e “toccare con mano” il suo risultato.

Fino ad oggi le aziende si sono concentrate sui metodi per aumentare l’engagement dei dipendenti, ma a quanto pare sarebbe più efficace focalizzarsi sullo sviluppo di relazioni positive, sull’aiutare i dipendenti a vedere il valore del proprio lavoro e sul fornire loro strategie per definire e raggiungere i propri obiettivi.

Questo cambio di approccio permetterebbe di migliorare lo stato di benessere dei dipendenti, soprattutto di quelli che si sentono “molto in difficoltà” o “tirano a campare”, a parità di difficoltà “esterne” – problemi lavorativi o extra-lavorativi.

Come correttamente messo in evidenza dagli autori dello studio, è necessario continuare la ricerca su questi temi; tuttavia il cambiamento di prospettiva apre nuovi scenari rispetto alle iniziative più opportune per aiutare i collaboratori a stare bene nonostante le difficoltà quotidiane, ossia ad essere… più resilienti!

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