Oggi decido io!

Decidere ci impegna tutti quotidianamente sulle più diverse questioni della più varia importanza. E’ però anche un’attività centrale in ogni processo organizzativo e uno dei più importanti compiti manageriali.  Contribuisce inoltre in modo determinante alla qualità dell’organizzazione, al clima di lavoro e alla capacità di contenere situazioni di pressione e stress. Ma come si prendono decisioni adeguate alle circostanze?

Un classico processo completamente razionale impone diversi passaggi, che vanno dal definire il problema e gli obiettivi, al determinare i criteri secondo cui decidere. Occorre poi generare delle alternative e procedere alla loro successiva valutazione, per poi giungere a una soluzione che ottimizzi i benefici ed elimini tutti i problemi.

Un’imperfetta razionalità

Questo approccio per fasi è stato studiato dall’economista e psicologo americano Herbert Simon a partire dagli anni 50/60 e sembra uno schema ragionevole che porta sempre alla soluzione migliore tra tutte le alternative. Secondo questa concezione, il decisore è in grado di conoscere tutte le informazioni rilevanti per il problema, di formulare tutte le alternative di soluzioni possibili e di valutarle comparativamente, pervenendo alla soluzione ottimale.

Già nei suoi successivi studi, lo stesso Simon approfondisce le sue osservazioni sull’effettivo comportamento decisionale e riconosce che questo processo ha un presupposto fallace: si basa sull’assunto che gli esseri umani siano dotati di razionalità perfetta. In un mondo ideale, si può considerare vero, ma nella realtà non è mai così: tutti noi sperimentiamo fraintendimenti, errori, dimenticanze e siamo pesantemente influenzati dal contesto in cui decidiamo e dalle percezioni personali.

Un’importante influenza sul processo decisionale è quella esercitata dalle emozioni. Tutti abbiamo esperienza del fatto che i sentimenti più profondi, le passioni e i desideri più intensi siano guide importantissime, a cui tra l’altro la specie umana deve gran parte della propria esistenza. Il neurologo Antonio Damasio ha condotto diversi esperimenti dimostrando che i processi decisionali avvengono spesso senza la piena coscienza dell’individuo e sono collegati a risposte fisiologiche riconducibili alle emozioni primarie.

Chi decide in azienda?

Nel campo aziendale non sempre seguire le emozioni è considerato un buon suggerimento. Secondo le più recenti teorie, invece, le emozioni sono una parte necessaria del cosiddetto decision making: senza, non si spiega completamente come si dà un ordine di priorità ai diversi scopi, come si crea la gamma di alternative tra cui scegliere o come vengono selezionati i criteri di scelta. Grazie alle emozioni, chi sceglie è in grado di stabilire o eventualmente modificare le priorità e di focalizzare l’attenzione su un numero limitato di elementi, quelli per cui vale la pena farlo.

Rileggendo l’ultima frase, ci si accorge che sono proprio le qualità chieste nel mondo aziendale moderno a chi prende ogni genere di decisioni: stabilire priorità, saperle cambiare in riposta all’ambiente e focalizzarsi su quello che davvero conta. Decisori consapevoli considerano come le proprie emozioni possano incidere sulle proprie decisioni, perché si rendono conto che la conoscenza più completa e la più acuta razionalità, quando non si accompagnano ad una consapevolezza emotiva, non ci sono di nessuna utilità nemmeno nelle scelte più banali.

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