Perché noi siamo scienza

Daniela Bernardini lavora per AstraZeneca, importante azienda farmaceutica del mercato globale che opera nella ricerca scientifica, nello sviluppo e nella commercializzazione di farmaci. Per intenderci, si dedica ogni giorno alla farmacovigilanza per una delle tante aziende protagoniste della ricerca medica internazionale bersaglio, suo malgrado, della dis-informazione scientifica. Non dalla maggioranza del sentire pubblico, sia chiaro, ma da una quantità di persone sufficiente ad amplificare i dubbi attorno al sapere, alla ricerca, al progresso.

Questi tre ingredienti, che fanno parte del DNA di un’azienda come AstraZeneca, sono i cardini di un approccio medico specializzato, orientato a un miglioramento costante della qualità della vita, e stanno sotto lo stesso comune denominatore, l’etica. Di etica si parla nel claim – AstraZeneca è un’azienda biofarmaceutica che si impegna, su scala globale, nella ricerca, nello sviluppo e nella commercializzazione di farmaci etici – in un dettagliato codice etico e in ogni stretto collegamento di AstraZeneca con il mondo associazionistico e universitario.

Tecnicamente Daniela è Head of Patient Safety and Medical Information, nonché membro del Gruppo di lavoro farmacovigilanza di Farmindustria. Per chi lavora in ambito sanitario non è così frequente affrontare interviste in cui si parla di sé: l’occasione è utile per noi e per questo blog ma anche per lei, come professionista fiera di ciò che fa.

Partiamo proprio dall’etica, prima ancora di raggiungere il tema “innovazione”. Come si mantiene la rotta?
“Più volte mi sono confrontata con amici e conoscenti e più volte ho raccolto visioni anche molto negative su quello che la scienza fa e può fare. Ma pochi sanno che attualmente solo l’azienda farmaceutica privata ha gli strumenti per garantire a tutti l’efficacia di un farmaco e la sua sicurezza. Certo che c’è profitto aziendale, come per ogni azienda di professionisti: ma sono anche tanti i soldi investiti per rispettare eticamente i nostri interlocutori, che sono di tre tipi. Le autorità regolatorie, per un costante confronto circa l’accesso ai farmaci, i medici prescrittori, che permettono l’accesso ai pazienti sin dalle prime fasi, e i pazienti stessi, che sono il feedback più importante”.

È qui che l’approccio scientifico incontra quello umano e comprende se ha imboccato la strada verso il progresso. Daniela quasi si commuove: “Li sento al telefono, ci chiamano per dirci grazie. È questo il significato ultimo del nostro lavoro, ed è un dovere che sento molto, che tutti sentiamo. Parlare con i pazienti ci fa capire che stiamo facendo la cosa giusta, e che è una strada che non si interrompe mai”.

Poi c’è il web: oggi e ormai da qualche tempo, purtroppo è Google il primo medico a cui si rivolgono le persone, “ed è quanto di più nocivo possa esserci” prosegue Daniela. “Il nostro compito è garantire che le informazioni siano corrette e sicure, e l’unico modo è parlare con il medico, informato e competente. In Italia la legislazione impone tantissimi vincoli legati alle informazioni in uscita su farmaci e cure. Quando c’è confusione sentiamo il dovere di intervenire a livello di comunicazione, non è semplice ma ci proviamo, attraverso i singoli brand. L’azienda crede molto anche in progetti editoriali mirati, sempre con la stretta supervisione della direzione medica”.

In Italia lavorano in AstraZeneca circa 600 dipendenti, di età media attorno ai 40/45 anni e con una direzione medica composta quasi totalmente da donne, per la maggior parte anche madri. Parliamo dopo tutto di un’azienda che ha radici anglo svedesi e che osserviamo come fosse una mosca bianca.
“Me ne rendo conto. Io sono biologa, e ho visto molte ragazze intraprendere il mio percorso, in un equilibrio d’interessi e competenze assolutamente trasversali al genere. È dopo i primi anni di studio che le cose cambiano, e si perdono talenti per scelte di vita o ostacoli sul cammino che una donna incontra oggettivamente più di un uomo. Io ho fatto la ricercatrice per alcuni anni all’estero ma poi ho dovuto scegliere un’altra via”.

Coraggio e tenacia insomma, non tanto per iniziare quanto per perseverare, alla ricerca della propria dimensione. Anche perché, nonostante tutto, il divario della retribuzione a parità di ruolo, titolo e competenze resta molto marcato, anzi “c’è un abisso”, perciò gli input meritocratici, in un terreno che oscilla fra opportunità personale e strategia di firma, devono arrivare dall’azienda.
“Da questo punto di vista devo dire che sono fortunata a lavorare in un ambiente molto armonico, dove l’innovazione e l’etica del lavoro si percepiscono direttamente, vedendo un costante grande sforzo per lavorare sulle persone, sulle competenze di determinate figure che possono giocare un ruolo strategico per l’azienda. C’è molta meritocrazia per idee, progetti, talenti e c’è spazio per farlo crescere, e parlo soprattutto dell’area medica, perché nel nostro caso è lì che dobbiamo investire”.

Certo, il contesto Italia non aiuta.
Fino a quando una donna è libera da responsabilità familiari incanala le proprie energie nella carriera, ma con una famiglia le cose cambiano, la fatica è enorme. Insomma, se vuoi essere manager devi anche già avere possibilità economiche per poter organizzare una vita di impegni senza rinunciare alle opportunità. Tanto per fare un esempio, una mia collega svedese, di pari ruolo, paga 150 euro al mese per mandare a scuola due figli: io ne pago 800 per il nido di una sola bambina. Ma sono stata assunta con una bambina che aveva già quattordici mesi e non sono stata frenata nel farne un’altra. Non abbiamo servizi aziendali come il nido interno ma abbiamo benefit che aiutano anche nella crescita della famiglia. E poi ho accanto un grande uomo, e insieme ci diamo appoggio costante e vicendevole: si parla della grandezza di chi hai accanto che fa la differenza nelle possibilità che immagini anche per te stessa, ed è molto vero”.

Prima di ogni altra cosa, però, Daniela ci tiene a ricordare che serve consapevolezza e determinazione, e potremmo coglierlo come un invito a chi sta cercando di leggere il contesto nella scelta di un futuro.

“Molti, soprattutto le giovani donne, si scoraggiano davanti al nuovo, e il primo pensiero da evitare è proprio “non so se sono capace”. Mai arretrare davanti alle difficoltà: bisogna buttarsi senza tanti condizionamenti, le difficoltà si affrontano quando arrivano e soprattutto bisogna ricordare che si può chiedere aiuto, sempre”.

Daniela, cosa è per te la felicità professionale?
“Senza dubbio per me essere professionalmente felice è essere consapevole di cosa faccio e di come lo sto facendo. Ma, e parlo da manager che ogni giorno coordina un team, sono realizzata anche quando do l’opportunità alle persone di esprimere se stesse, di raggiungere traguardi. E l’ho capito quando sono stata assente per sei mesi. Il team si è autogestito e sono stati molto bravi, mi hanno dimostrato che sanno camminare con le loro gambe e che sono fieri di farlo. I primi anni con queste persone hanno avuto uno scopo di controllo e di gestione, ma nel momento in cui ho delegato, loro si sono messi in gioco. Ecco, per me felicità è anche in qualche modo rischiare con la propria testa. Io nel mio orticello che idealmente coltivo sono felice e cerco di diffondere la felicità, ma l’azienda è grande e a volte è facile perdere la centratura, in un mondo che corre veloce e ci impone di farlo. Però spesso lo ricordo ai colleghi: fermarsi serve a pensare a cosa si è fatto, prima di procedere”.

Scrivi tu il primo commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati da *.

X

Questo sito utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione possibile. Per dare il tuo consenso al loro utilizzo, clicca l'apposito bottone. Se vuoi approfondire, puoi visitare la pagina dedicata per capirne di più. Voglio approfondire

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi