Sei davvero quel che sembri?

In queste settimane il team di Accademia sta lavorando su un progetto, al quale teniamo molto, e che riguarda i bambini.

I bambini? E cosa c’entrano con il business?, vi starete chiedendo.

Nulla, o forse è opportuno partire proprio dai bambini per capire come mai alcune aziende prosperano e altre no.

Forse occorre comprendere se quei bambini, ora cresciuti, che abbiamo assunto appena usciti da qualche prestigiosa università, o sottratto alla concorrenza mentre erano proiettati verso una splendida carriera, sono davvero quello che sembrano.

Non mi riferisco, ovviamente, alla possibilità che vi abbiano mentito su titoli o competenze: fa parte dei compiti del selezionatore smascherare le “spiritose invenzioni” dei candidati. Nemmeno il selezionatore più esperto, tuttavia, ha la possibilità di cogliere ciò che il candidato sta tenendo nascosto anche a se stesso.

Esistono test psicologici anche estremamente sofisticati che possono aiutarci a comprendere la personalità del candidato, ma per quanto riguarda i talenti, bisogni e valori l’approccio dovrebbe necessariamente essere più strutturato: oltre all’aspetto psicologico entra in gioco il tema cognitivo e culturale.

Si tratterebbe di studiare in modo multidisciplinare non solo, quindi, personalità e carattere, ma anche ripercorrere la storia del candidato dal punto di vista dei modelli di comportamento acquisiti, degli interessi maturati precocemente e magari abbandonati, dei valori che egli stesso percepisce come fondanti pur senza averli mai esplicitati in modo formale.

Si può fare tutto questo durante un processo di selezione? Forse, se stiamo cercando il CEO. Certo non è possibile se stiamo assumendo quindici cassieri o tre impiegati per l’ufficio acquisti che dovrebbero iniziare a lavorare domani, anzi, oggi sarebbe meglio.

Ricordiamoci, tuttavia, che se commettiamo un errore nella fase d’assunzione non saremo gli unici a risentirne: anche il malcapitato che assumeremo al servizio clienti, mentre sarebbe perfetto per un back office, soffrirà di trovarsi in un ruolo che non gli è congeniale.

Insomma: soffriremo tutti, e più di tutte soffrirà l’azienda.

Ecco perché stiamo pensando ai bambini, come poi  – nei nostri piani – penseremo agli adolescenti e agli studenti freschi di diploma o laurea: perché è infinitamente più efficiente che siano loro stessi a sapere cosa vogliono fare “da grandi”, anziché costringere i selezionatori del personale ad elaborare tecniche sempre più raffinate per coglierli in fallo.

È quello che in gergo si definisce un risultato win-win.

Un’azienda che offrisse ai propri dipendenti la possibilità di accedere a questo tipo di percorso per i propri figli farebbe un investimento molto sensato, perché avrebbe in pochi anni un bacino di persone con le idee chiare rispetto al proprio futuro professionale.

Gente che se entra al servizio clienti, sa quello che sta facendo.

Gente contenta di lavorare.

Ricordate che il 31 marzo è l’International “Quit Your Crappy Job” Day . E i dipendenti scontenti, prima o poi, se ne vanno.

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